Ebbene sì: il Milan si prepara all’ennesima – e si spera definitiva – rivoluzione. Non tanto a causa di un fallimento sportivo (qualificazione in Champions, unico vero obiettivo dichiarato, ancora alla portata), quanto a causa di un clima interno ormai compromesso che scuote il club dalle fondamenta.
Perché il vero limite dell’attuale Milan, più che tecnico, è strutturale.
Le cronache recenti ci raccontano di un ambiente logorato da frequenti dissidi interni che partono dai vertici e si riflettono inevitabilmente sullo spogliatoio.
Un cortocircuito che vede l’Amministratore Delegato Giorgio Furlani operare sul mercato scavalcando l’area tecnica, il Direttore Sportivo Igli Tare – ormai al capolinea – tristemente delegittimato, che insegue invano i propri pupilli, per non parlare della particolare figura di Ibrahimovic, il cui raggio d’azione rimane ancora avvolto in un’ambiguità poco funzionale. In tutto questo, l’allenatore Massimiliano Allegri, che finisce per avere voce in capitolo solo ad intermittenza, prigioniero di una gestione fortemente umorale.
Gerry Cardinale si è detto dispiaciuto, ma ora è il momento di trasformare il rammarico in fatti. Non importa quante “teste” cadranno: la ricostruzione deve poggiare su un unico pilastro fondamentale, ovvero il rispetto dei ruoli. Chiunque vestirà i panni dirigenziali dovrà operare secondo una linea comune, evitando quelle invasioni di campo che hanno trasformato il club in una “gabbia di matti”.
Il Milan merita ordine, organizzazione e, soprattutto, una serenità d’intenti che permetta ai professionisti di lavorare al meglio. Se questa armonia non verrà garantita, non sarà – ad esempio – la società a sollevare l’allenatore, ma sarà lo stesso Allegri a cercare una via d’uscita e fuggire a gambe elevate. E così sarà per tutti gli allenatori che verranno.
Per la proprietà questa è l’ultima chiamata: senza una gerarchia chiara e rispettata, ogni investimento sarà vanificato dal solito e vergognoso caos a tinte rossonere.

