Lettera al mio idolo – di Luca Schiavon

Ciao ragazzi,

per molto tempo mi sono domandato come si scriva una lettera ai propri idoli.

Come si possa entrare nel loro cuore e nei loro pensieri usando soltanto poche parole. Come si possa raccontare ciò che rappresentano per noi quei colori, quella maglia, quelle domeniche attese per tutta la settimana. Come si possa spiegare che il Milan non è solamente una squadra da seguire, ma un pensiero ostinato e bellissimo che accompagna le nostre giornate, si siede a tavola con noi, viaggia con noi e, qualche volta, ci aiuta persino a rialzarci.

Poi mi sono fermato.

Ho sorriso.

E mi sono ricordato di mio nonno.

Ho capito che non avrei dovuto cercare parole straordinarie. Avrei dovuto semplicemente raccontarvi una storia vera.

La nostra storia.

Sono un ragazzo semplice. Amo la genuinità delle piccole cose, i momenti trascorsi con la mia famiglia, le serate con le persone che amo. Ma quando desidero qualcosa, la desidero con tutto me stesso.

Odio perdere. Amo lottare.

Lo faccio quando gioco a pallone, la passione che mi accompagna fin dai primi anni della mia vita. Lo faccio nel lavoro, ogni giorno. Lo faccio quando la vita decide di mettermi alla prova.

Questo l’ho imparato da mio nonno.

Si chiamava Franco.

Era un uomo d’altri tempi, tutto d’un pezzo. Un milanese vero, orgoglioso della propria città, delle proprie abitudini e delle proprie radici. Amava il buon cibo, le partite a carte, che naturalmente vinceva quasi sempre, e soprattutto amava condividere la vita con mia nonna Angela, la donna che gli è rimasta accanto durante tutto il viaggio, e che ancora continua a ricordarlo. Ogni giorno.

Insieme rappresentavano casa.

Quella casa che non è fatta soltanto di pareti, ma di gesti ripetuti, di pranzi in famiglia, di fotografie, di battute che conosci a memoria e che continuano a farti sorridere. Una casa fatta di vacanze estive, compleanni, giornate apparentemente normali che, soltanto dopo, comprendi essere state straordinarie.

E poi c’era il Milan.

Il nostro caro, vecchio Milan.

Con mio nonno ho trascorso gran parte della mia vita. Mi ha insegnato tanto, forse quasi tutto. Mi ha insegnato che bisogna rispettare le persone, mantenere la parola data e affrontare le difficoltà senza abbassare lo sguardo. Mi ha insegnato che si può essere forti senza smettere di essere buoni.

Un nonno, in fondo, è questo; un maestro che non ha bisogno di una cattedra. Ti insegna la vita sedendosi accanto a te.

Il suo era amore puro.

Amore vero.

Il 22 maggio 2021 mio nonno decise di farmi il più brutto dei suoi scherzi.

Quel giorno la mia vita si fermò.

Persi la mia forza, la voglia di combattere, la parte migliore di me. Per molto tempo pensai che avrei odiato per sempre quella data.

22 maggio 2021.

Continuava a tornarmi in mente.

22 maggio 2021.

Non riuscivo a liberarmene. Era diventata una ferita scritta sul calendario, un giorno impossibile da dimenticare e ancora più difficile da perdonare.

Ma mio nonno mi aveva insegnato che bisogna andare avanti. Con il sorriso, quando è possibile. Con la determinazione, sempre.

Bisogna combattere, ragazzi.

In campo e fuori.

Il giorno successivo, il 23 maggio, il Milan avrebbe giocato una delle partite più importanti degli ultimi anni. A Bergamo ci aspettava l’Atalanta. Ci giocavamo il ritorno in Champions League dopo stagioni trascorse lontani dalla competizione che sentivamo nostra.

Venivamo dallo 0-0 contro il Cagliari, da una partita in cui quella maledetta palla non aveva voluto entrare. L’urlo era rimasto bloccato in gola. Ci davano per sconfitti, come spesso era accaduto in quegli anni.

Il Milan, dicevano, era soltanto un grande bluff.

Io ero distrutto. Eppure, quella mattina, andai a Milanello.

Noi tifosi ci eravamo dati appuntamento fuori dai cancelli per accompagnarvi verso quella battaglia. Volevamo farvi sentire che non sareste stati soli. Che, comunque fosse andata, noi saremmo stati lì.

 

Forza, lotta, vincerai.
Non ti lasceremo mai.

 

Dentro di me sentivo che il Milan avrebbe salutato nonno Franco nel modo giusto.

Atalanta-Milan finì 0-2.

Tornavamo in Champions League.

Tornavamo in Europa.

Tornavamo a casa nostra.

L’estate mi aiutò a convivere con il dolore, ma non poteva cancellarlo. Da quel 22 maggio ero diventato più duro, più arrabbiato. Mio nonno, per me, era tutto.

Poi cominciò una nuova stagione.

Arrivarono nuovi giocatori, nuove partite, nuove speranze. Più vi guardavo, più ero convinto che non dovessimo nasconderci. Non eravamo secondi a nessuno. L’obiettivo doveva essere uno soltanto, quello che il Milan deve avere sempre:

tornare a vincere.

Le giornate passarono e arrivarono vittorie difficili, meravigliose.

Bergamo. Roma. Napoli. Lazio.

E poi il derby.

Quello in cui, a un certo punto, si è girato Giroud.

Quella sera persi la voce e trovai una certezza. Stava nascendo qualcosa. Un gruppo, una squadra, forse una favola da raccontare. Forse…

Non guardavo spesso il calendario. Ma una sera, sul balcone, mentre fumavo una sigaretta dopo cena, controllai per curiosità la data dell’ultima giornata di campionato.

Forse temevo di avere qualche impegno con la mia ex ragazza. E voi sapete bene che una donna arrabbiata può fare più paura del Real Madrid.

Ma, come sempre, avrei trovato una soluzione per stare accanto al Milan.

Guardai il calendario.

L’ultima giornata si sarebbe disputata il 22 maggio 2022.

Rimasi immobile.

Un anno esatto dopo.

Alzai gli occhi al cielo e sorrisi.

«Vuoi farmi un altro dei tuoi scherzi, nonno? Vuoi farti perdonare?»

Non poteva essere vero.

Eppure lo era.

Provai a non pensarci. Continuai con la mia vita; il lavoro, il calcio, San Siro, le trasferte. Ma più i giorni passavano, più quella data si avvicinava.

Era come una sveglia già impostata dentro di me.

Sapevo che avrebbe suonato.

Cominciò la cavalcata finale.

Milan-Genoa: 2-0. Rafa e Junior.

Lazio-Milan: 1-2. Olivier e Sandro.

Milan-Fiorentina: 1-0. Ancora Rafa.

Verona-Milan: 1-3. Due volte Sandro, poi Alessandro.

Milan-Atalanta: 2-0. Rafa e Theo.

San Siro ribolliva. Volevamo spingervi come mai prima. Volevamo far capire a tutti che quella era casa nostra. Che il Milan era tornato. Che eravamo un gruppo compatto, unito, affamato.

Giocatori e tifosi.

Undici uomini in campo e milioni di cuori fuori.

Arrivò il 22 maggio 2022.

Era quel giorno.

Non riuscivo ancora a crederci, ma in qualche modo lo sapevo.

Ci giocavamo lo scudetto.

Contro quelli là.

La giornata doveva essere perfetta. Non avrei accettato niente di diverso.

Non riuscii ad andare a Reggio Emilia, ma ero con voi con la testa, con il cuore, con ogni parte di me.

La mattina andai da mia nonna.

Bevemmo un caffè, facemmo qualche chiacchiera. Evitai accuratamente ogni discorso calcistico. Ero teso come la corda di un violino. Giocammo anche un paio di partite a carte.

Le carte.

Proprio come faceva lui.

A un certo punto dissi:

«Nonna, scusami. Devo andare in camera a scambiare due parole con il nonno».

Non lo facevo da molto tempo.

Entrai.

Davanti a me c’era una sua fotografia. L’avevo scattata con la mia Canon, a Sanremo, qualche anno prima. Mio nonno sorrideva.

Nel vetro della cornice vedevo il riflesso del mio volto confondersi con il suo.

Gli parlai.

Non importa raccontare tutto ciò che ci dicemmo. Ci sono conversazioni che devono rimanere tra un nonno e suo nipote, anche quando uno dei due non può più rispondere con la voce.

Alla fine presi un post-it e scrissi le stesse parole che gli avevo appena pronunciato guardandolo negli occhi:

 

“Chiudiamo questo cerchio.
Pensaci tu oggi.
Ciao nonno.
22-5-22.”

 

Lasciai quel biglietto sulla fotografia e uscii.

All’ora di pranzo andai a Casa Milan. C’era già una folla enorme. Nell’aria si respirava qualcosa di diverso.

Milano, la nostra Milano, si preparava a riempire ancora una volta le proprie strade di sciarpe e bandiere rossonere.

Avevo un solo pensiero:

22 maggio.

Tre punti.

Vittoria.

Scudetto sul petto.

Non mangiai. Andai direttamente ad Assago, nel locale in cui ci ritroviamo quando non possiamo seguirvi in trasferta. Negli anni quel posto era diventato il nostro fortino, un piccolo portafortuna.

Era trascorso esattamente un anno.

Il momento era arrivato.

Cominciò la partita.

E allora successe ciò che accade soltanto a chi ci crede davvero.

Olivier.

Ancora Olivier.

E poi Franck.

Delirio puro.

Il nostro «Forza lotta, vincerai» partiva da Milano e arrivava fino a Reggio Emilia. Ogni strada, ogni casa, ogni locale, ogni cuore rossonero stava vivendo la stessa emozione.

Poi arrivò il fischio finale.

Campioni d’Italia.

Ce l’avevamo fatta, ragazzi.

Insieme.

E ce l’avevamo fatta anche noi, nonno.

Ancora una volta avevi avuto ragione tu.

Un anno dopo la tua scomparsa, avevi messo il tuo punto esclamativo sulla nostra storia. Avevi preso il giorno più doloroso della mia vita e gli avevi cambiato significato.

Avevi trasformato la tristezza in gioia.

La mancanza in presenza.

Le lacrime in una festa.

Al fischio finale alzai gli occhi al cielo.

Pensai a te.

Sul mio volto le lacrime si confondevano con il sorriso di chi, in fondo, aveva capito tutto.

«Me l’hai fatta anche questa volta».

Poi Milano esplose.

Piazza Duomo. Casa Milan. Le strade invase. Il pullman scoperto. Le bandiere, i cori, gli abbracci tra sconosciuti che per una notte non erano più sconosciuti, ma fratelli.

Io ero in quella folla, ragazzi.

Ero lì quando arrivaste in sede nella notte del 22 maggio. Ero lì il giorno dopo, mentre attraversavate Milano sul pullman scoperto.

E sono lì ancora oggi, ogni volta che giocate in casa.

Primo anello blu.

Settore 103.

Fila 10.

Posto 1.

Mi troverete sempre là.

Perché si può cambiare casa, lavoro, abitudini. Si può crescere, cadere, ricominciare. Ma ci sono luoghi che continuano ad appartenerci per tutta la vita.

Per me, uno di quei luoghi è accanto alla mia famiglia.

Un altro è accanto a mia nonna Angela, dentro quella casa in cui la fotografia di nonno Franco continua a sorridere.

E un altro ancora è San Siro, quando il Milan entra in campo e per novanta minuti tutto il resto smette di esistere.

Oggi sono trascorsi cinque anni da quel 22 maggio.

Questa è la storia di un ragazzo rossonero cresciuto tirando i primi calci a un pallone nel cortile di casa e all’oratorio. Un ragazzo che continua a credere nei valori, nella famiglia e nelle promesse fatte alle persone che ama.

Lo scudetto del 22 maggio 2022 è tatuato sulla mia pelle, accanto all’iniziale di mio nonno Franco.

Quel numero lo porto anche sulle spalle, sotto il mio cognome, ogni volta che scendo in campo con la mia squadra.

Perché alcune date non si dimenticano.

Si portano addosso.

Non ho avuto la fortuna di conoscervi personalmente. Mi piacerebbe abbracciarvi, o anche soltanto stringervi la mano, per ringraziarvi.

Non semplicemente per uno scudetto.

Vi ringrazio perché, senza saperlo, avete aiutato un nipote a ritrovare suo nonno.

Avete trasformato una data che credevo condannata per sempre. Avete regalato un nuovo ricordo alla mia famiglia. Avete fatto in modo che, ogni 22 maggio, insieme alle lacrime potesse tornare anche un sorriso.

Da allora ho imparato che le persone che amiamo non se ne vanno davvero.

Rimangono nei nostri gesti, nei nostri difetti, nelle espressioni che ripetiamo senza accorgercene. Rimangono in una fotografia, in una partita a carte, in un posto vuoto a tavola.

Rimangono nelle storie che raccontiamo.

E qualche volta ritornano in un gol, in un fischio finale, in una città vestita di rosso e di nero.

Questa non è soltanto la storia di uno scudetto.

È la storia di Franco e Angela.

Di un nonno e di una nonna.

Di una famiglia.

Di un nipote che aveva smarrito la propria forza e che, attraverso il Milan, ha trovato un modo per rialzarsi.

È la storia di un dolore che non è scomparso, ma ha imparato a convivere con la gioia.

È la storia di un amore che non ha bisogno della presenza per continuare a esistere.

Ed è la storia del nostro Milan.

Un amore che non si spiega.

Si eredita, si vive, si soffre.

E si tramanda.

Ciao, ragazzi.

Ciao, campioni.

Vi saluta un fratello rossonero che sarà sempre al proprio posto.

Vi saluta un nipote che, ogni volta che guarda il cielo, sa di non essere solo.

Vi saluta Luca.

E, insieme a lui, sono certo che vi saluta anche nonno Franco.

 

Perché dopo Istanbul c’è sempre Atene.
Dopo una sconfitta può arrivare una vittoria.
Dopo il dolore può tornare la luce.

 

E dopo il 22 maggio 2021, per me, ci sarà sempre il 22 maggio 2022.

Sempre forza Milan.

Il Talk show dei tifosi rossoneri