Ma come “Diavolo” è potuto accadere? – di Alessio Bosco

Inizio la stesura di questo pezzo alle 6:19 di lunedì 25 Maggio 2026. Perché questa precisazione? Perché se avessi scritto subito dopo la fine di Milan – Cagliari, probabilmente questa testata non avrebbe mai più pubblicato un mio testo.

Davvero: se avessi scritto subito dopo il triplice fischio, la pagina bianca di fronte a me sarebbe divenuta un terreno di battaglia fra pensieri di pancia, sfondoni coloriti, accuse diffuse e dinamiti esplosive. Ho preferito quindi mettere del tempo fra l’accaduto e il mio pensiero, ma ancora adesso è fortissimo il senso di sgomento, l’incredulità pura, per questo Milan fuori dalle prime quattro posizioni. E la domanda è sempre e solo una: ma come “Diavolo” è potuto accadere?

Ebbene sì, il Milan è fuori dalla Champions League, da quell’obiettivo ripetuto fino alla nausea da Mister Allegri durante tutte – tutte! – le conferenze stampa di questa stagione. Era l’obiettivo minimo, e chi scrive non ha mai sognato lo scudetto. Il paradosso è che il Milan è stato in zona Champions per 36 giornate su 38. Sempre tra le prime 4 in classifica, sempre lì a sgomitare, alternando la luce di un gran girone d’andata al buio pesto del girone di ritorno. Eppure era lì, e il destino era nelle mani dei rossoneri. Nelle ultime giornate, però, il giocattolo si era rotto. Il Milan di Allegri ha vissuto una vera e propria decadenza prestazionale, producendosi in prestazioni e risultati inaccettabili. E la mia natura curiosa, alimentata dalla calma che ricerco, mi fa chiedere: perché?

Dalle mie parti si narra che “il pesce puzza sempre prima dalla testa”, ed il riferimento alla società è voluto. Il compito di una buona leadership dirigenziale è mettere il gruppo lavoro nelle migliori condizioni operative e psicologiche per compiere il loro dovere. Conoscere le unicità, carpire il clima che si respira, farsi carico delle problematiche togliendole il più possibile dalle spalle di chi opera sul campo. È successo questo? Ovviamente no. Da un Cardinale più assente che presente, al poker Furlani-Moncada-Ibrahimovic-Tare, è sembrato che si trovasse più piacere a crearle le magagne che a rimuoverle. Giochi di potere, troppe teste pensanti, innumerevoli modi di gestire situazioni andando gli uni contro gli altri, telefonate private, chiacchiericci: una situazione imbarazzante, degenerativa, che ha prodotto pensieri, malcontento, clamore mediatico dannoso alla serenità del gruppo. Ripeto, il pesce puzza sempre prima dalla testa.

Detto ciò, bisogna sempre sottolineare che esiste anche l’autonomia, o per meglio dire la capacità di isolarsi dal tossico rendendosi impermeabili. Qui parlo della squadra, degli uomini, poco propensi a quella professionalità che si richiede dal milanismo. Trovo improponibile come la rosa si sia squagliata nelle ultime giornate. Partite senza carattere, senza mordente, dove l’avversario comandava il gioco avendo ritmo, testa, voglia. Anche contro il Cagliari la stessa cosa: si va in vantaggio e fine dei giochi. Nessuna reazione alle avversità, mancanza totale di grinta, come se l’obiettivo Champions non importasse a nessuno. Signori, il Milan camminava, non correva; il Milan giochicchiava. Vogliamo chiamarli professionisti? Io faccio fatica.

In tutto questo abbiamo Allegri e il suo staff. Colpevoli anche loro, senza dubbio, consapevoli del fatto che han lavorato in un ambiente non ideale. Un demerito è sicuramente quello di non aver saputo essere parafulmini, e forse è il loro sbaglio più grande. Perché Allegri ha ragione: il risultato è l’unica cosa che contava, conta e conterà sempre. Dalla polemica risultatisti vs giochisti, alle critiche post-sconfitta seguite dai complimenti post-vittoria, non c’è mai stato un vero e proprio equilibrio di giudizio. Allegri è stato contemporaneamente bravissimo e scarsissimo; è stato quello del “l’importante sono i 3 punti” all’allenatore ormai fuori dal tempo; quello che “il 3-5-2 non va bene”, ma quando ha provato a cambiare pagandone le conseguenze – contro l’Udinese – ha per detta di molti compiuto un delitto.

Insomma, credo che la verità non la sapremo mai, oppure che la verità sia l’insieme di tutto, o ancora che la verità è sepolta dietro non detti e dietro l’inspiegabile.

Ciò che resta è una stagione buttata alle ortiche, anche perché ci eravamo tutti un po’ illusi dopo il girone d’andata. Fra i meandri del mio cervello si fa largo l’ipotesi che la squadra abbia overperformato fino ad un certo punto, spinta dalla voglia e da un sistema che via via si rodava sempre più. Ad aver overperformato sono stati soprattutto gli attaccanti, meritevoli di aver dato un apporto superiore al consentito. Leao e Pulisic non sono adatti nei due davanti, eppure i loro goal li hanno fatti. Nkunku, nato trequartista, ha fatto quel che ha potuto. Ma nella sintesi l’attacco rossonero è stato uno dei peggiori mai visti a Milano: cosa poteva fare Allegri di più? Al 3-5-2 era arrivato pure Conceição, come fosse l’unico vestito decente per un corpo martoriato e in putrefazione. Meritiamo di essere fuori dalla Champions perché, semplicemente, è quello il nostro posto attuale.

E adesso? Adesso è il momento di fermarsi. Serve una lunga riflessione, l’amara digestione dell’accaduto, l’accettazione del metaforico lutto. Nessuno ha la sfera di cristallo per prevedere il futuro. Nessun giornalista può scrivere parole magiche e risolutive per cambiare le cose. Bisogna andare in vacanza per resettare e per ripartire facendo tesoro degli errori commessi. Bisogna che tutti si prendano le proprie responsabilità, che tutti si guardino dentro, che si parlino francamente. Ecco, un bel dialogo schietto è quel che serve, perché è accaduto l’impensabile e da qui bisogna ricostruire.

Non so chi resterà, chi andrà via. Non so se ci saranno Furlani, Allegri, Cardinale, se sarà rivoluzione totale. So che il mancato ingresso in Champions League dev’essere metabolizzato perché crea danni psicologici ed economici non indifferenti, di cui bisognerà prendere atto. Così come bisogna valutare lo spessore di certi professionisti, troppo poco carismatici, poco caratteriali, troppo interessati più al glamour e ai social che al campo. Il Milan ha bisogno di attributi, di spessore umano, non di gente che cammina sul rettangolo verde o che spettegola alle spalle via smartphone. Al Milan serve focus, serve studiare il passato per viverlo nel presente delineando un roseo futuro. E il futuro si chiama Champions League, non Europa League.

Qualche giorno fa pretendevo 6 punti nelle ultime partite. Oggi mi chiedo “ma come diavolo è potuto accadere”? Il Milan deve pretendere più da sé stesso e non farsi queste dubbiose domande…

Il Talk show dei tifosi rossoneri