L’integralismo non paga – di Stefano Rigamonti

Ruben Amorim, arrivato al Milan dopo un passato da uomo fermamente convinto delle proprie idee di gioco, che si è congedato dal ruolo di allenatore e manager del Manchester United lanciando una frecciata alla dirigenza del club ancor prima della notizia ufficiale del suo esonero, dopo un paio di mesi sembra essere già giunto a un bivio.
Anche se pare che a seguito della sconfitta del Milan contro il Benfica nella prima partita di Europa League stiano già iniziando a filtrare i primi malumori, è prematuro pensare al fatto che Gerry Cardinale, dopo le svariate dichiarazioni pubbliche in cui ha espresso la sua ammirazione per il tecnico portoghese definendolo uno degli allenatori più preparati e innovativi della nuova generazione, sia intenzionato a cambiare drasticamente rotta esponendosi all’ennesima figuraccia della sua quinta stagione da proprietario.
Forse il bivio più importante che il tecnico rossonero dovrà fronteggiare non è riferito al suo destino, per il quale probabilmente saranno decisive le prossime prestazioni del Milan e soprattutto i prossimi risultati, il vero crocevia della sua (e della nostra) stagione dipenderà molto dalle scelte che farà, che nelle cinque partite viste finora hanno destato nei tifosi grandi perplessità.
È noto che in ciascuna formazione presentata all’inizio dei match, grosso modo mezza squadra risultava diversa rispetto alla partita precedente, il più delle volte alcuni giocatori sono stati schierati in ruoli differenti, su tutti Rabiot da trequartista a centrocampista, Saelemaekers da trequartista a esterno e chi più ne ha più ne metta, a tutto ciò vanno sommati i vari aggiustamenti tra un tempo e l’altro che hanno sicuramente portato più punti (o prestazioni migliori), ma hanno anche insinuato dubbi sul fatto che le partite siano state preparate veramente bene.
Queste decisioni farebbero pensare ad un Amorim tutt’altro che integralista anzi, l’idea dovrebbe essere quella di un allenatore che cerca in ogni modo di migliorare la propria squadra partita dopo partita, estendendo il concetto di titolarità a tutta la rosa, dando la possibilità anche ai vari Estupinan, Terracciano o Loftus-Cheek, giocatori che definisco ormai “impresentabili”, di stupire positivamente.
Anche l’ipotesi di un allenatore che si rende conto, seppur a partita in corso, di dover aggiustare la formazione con varie sostituzioni, farebbe pensare ad un tecnico intelligente, in grado di leggere le situazioni e assolutamente duttile.
A mio parere non è così, pur dando ancora fiducia (ma non per molto, perché “tempo al Milan non ce n’è”) ad un tecnico che deve rivoluzionare una squadra nei principi di gioco rispetto a quella della scorsa stagione, la maggiore preoccupazione è dettata dal fatto che, fin qui, l’integralismo di Amorim si è espresso con il suo dogma tattico: il 3-4-2-1 sempre usato nella sua carriera, che lo ha portato a vincere titoli in Portogallo ma anche a naufragare sulla panchina dei Red Devils.
Sia che si stia vincendo, pareggiando o perdendo, giocando bene o male, affrontando un avversario abbordabile o forte, il minimo comune denominatore del Milan in tutte e cinque le apparizioni stagionali è stato il modulo, invariato, statico, con giocatori confinati nella propria zona (dopo Torino disse: “Ho centrali – Pavlovic e Gila – che pensano di essere numeri 10 alle volte”), l’unica piccola variante si è vista con l’abbassamento di un esterno in fase difensiva: troppo poco e troppo facile per le squadre avversarie affrontarne una così prevedibile tatticamente.
Inserire una punta in più (ammesso che al Milan ce ne siano), sostituire un centrale di difesa con un attaccante oppure passare improvvisamente ad un diverso schema tattico, quante volte si è visto sui campi di calcio essere un sistema più che valido per dare una scossa ad una partita, destabilizzare un avversario o spostare gli equilibri? Perché al Milan tutto ciò non è accaduto fino ad ora?
Probabilmente il motivo è che Ruben Amorim questo cambiamento tattico non riesce a immaginarlo, a digerirlo, non ne vuol sapere, 3421 è il suo numero di matricola o chissà cos’altro.
A Manchester il cambio modulo gli venne imposto dalla società e poco tempo dopo la sua avventura finì nel peggiore dei modi, ma ora? Non ha forse detto nella conferenza stampa di inizio raduno che avrebbe fatto tesoro degli errori commessi in passato? O forse sta attendendo che gli esperti di sport USA suggeriscano come giocare meglio a calcio?
Dunque, aspettiamo Mister Amorim al bivio più importante, sperando non arrivi in ritardo…